Trips

Premessa

Ed eccomi qui.

La settimana scorsa era diventato ufficiale che vado negli Stati Uniti per un breve periodo. Non vedevo l’ora di cambiare l’aria un po’.

Non che non mi piace l’Italia, ma dovete capire. Ho vissuto in un paio di posti e dopo un po’ i posti diventano stretti, come una scarpa per un bambino. Può essere pure la scarpa preferita, lo stesso. Questa mancanza dell’aria mi aveva spinto – e anche il mio carissimo collega -, a dare la mia disponibilità per un eventuale trasferta oltre-oceanica.  Poi per mesi nessun cenno, tanto che ero anche felice che alla fine non mi hanno chiamato. Pensando, io sono una persona veramente europea. Sia quest’Europa centrale o meridionale, comunque è sempre Europa.

Ieri avevo letto su un mailing list un commento di una ragazza ungherese recentemente trasferitasi in Italia, che se ne sta rendendo conto dopo anni dallo shock culturale che sta vivendo. Tutti siamo stranieri. Quasi dappertutto.

Io ormai non so, dove sono a casa. Il tormentone degli anni 2000, quando ho cambiato 4 paesi ed alcune città in più, per poi non riuscire più a chiamare ‘casa’ neanche uno dei posti, dove dormivo. Avevo l’appartamento, casa dello studente, casa di Giorgio, la mia camera, ma mai-mai-mai ho detto: casa.

Ponendo fine a questa storia triste invece passano neanche 5 anni e già mi sento stretto anche l’Italia. Non c’entra, quanti viaggi si fanno durante l’anno. Importante è che nella loro diversità la gente comunque in un modo è sempre lo stesso. Sono europei, italiani, romagnoli o emiliani, riccionesi o modenesi. Il loro atteggiamento a me e agli altri, al loro ambiente, il loro divertimento, il cibo, il modo di vedere le cose e discuterne…

Sembra che parole come appuntamento, fedeltà, nazionalità, identità, fiducia hanno un senso diverso da quello che pensavo che dovessero avere. Queste parole iniziano a comportarsi come sinonimi di sé stessi solo perché sono usati in un posto che le ha riempite con una semantica culturalmente diversa. VOGLIO ANDARE VIA. Anche per vedere che forse mi piace molto, una pausa di riflessione con Italia.

Ed eccomi qui sul treno a fare uno dei miei ultimi viaggetti al lavoro, prima di andare a Washington. Non mi aspetto un gran’ cambiamento. Sarà poco più di un mese il tempo che potrò passare lì, ormai so, che questo lasso di tempo è troppo corto per fare qualsiasi cosa. Posso al massimo cercare di capire un pezzetto della cultura americana o forse neanche. Non so, chi vive quella città, quali sono gli abitudini, cosa fanno una domenica. Dove vanno dopo cena, escono o no? Hanno dei programmi televisivi preferiti, leggono un giornale più dell’altro? Sono democratici o repubblicani? Ho molto da scoprire…

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