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Ich bin ein Berliner!

Fatemi iniziare con questa lezioncina di storia. Quando l’interprete interpretò – niente da dire, è il suo mestiere – che le parole di Kennedy siano stati troppo forti ad identificarsi con i berlinesi, poi pure in tedesco, per dargli un forte messaggio per dirgli, che neanche nei tempi della guerra fredda sono da soli, perché America ha fatto la sua scelta, cos’ha fatto veramente? Ma perché si appiccicano ovunque questi americani? Tutte queste bandiere poi? Per cosa?

Oggi – diverso dal solito – sono andata a vedere durante la giornata la meraviglia della National Gallery of Art.
Ho avuto una visita guidata da una dei volunteer superdotati – una donna, tra l’altro l’insegnante ungherese della mamma del mio cognato, laureata dopo la rivoluzione ungherese del 56 a Vienna poi sfuggita in America dove vive ormai da 34 anni.
Mi ha chiesto qual è il periodo che mi interessa davvero, ed io a una che consce l’arte così perfettamente, ho ammesso con un certo imbarazzo che io mi interesso dall’impressionismo verso il moderno.
Quindi nelle sale fino a 1860 abbiamo passato solo “poco” tempo. Non c’era sala, dove non poteva scegliere almeno due quadri – pure in quelle delle madonne col bambino supernoiosi per me – che non aveva una storia, una particolarità interessantissima.
Sarà stata lei, o che mi parlava in ungherese – che parla ancora dopo quasi 40 anni ancora perfettamente – o che l’arte è veramente qualcosa di fantastico che finalmente ho visto una differenza tra una madonna e l’altra, ho visto come diventavano le immagini obbligatoriamente simili alla Madonna di San Luca regine terrestre durante il rinascimento per poi diventare semplice donne, anzi, mamme durante gli anni successivi.
Ho voluto diventare una spugna per non dimenticare nulla e per niente avevo fretta di arrivare all’impressionismo che giustamente ha introdotto con Turner che possiamo vedere come padre degli impressionisti, pur essendo stato un’inglese. Abbiamo camminato tra i quadri di Touluse Lautrec (assoluto*2 preferito mio), Van Gogh, Monet, Renoir e siamo arrivati ai miei assoluti preferiti, ai di-tutti-di-diversi. Pop-art di Lichtenstein e Picasso.
La mostra era stato fatto alla “compare a contrast”. Su un muro un quadro di Manet mostrando i senzatetto di Parigi durante la modernizzazione di Haussmann del downtown – prima città europea che ha “subito” questa trasformazione – sul muro di fronte il Saltimbanchi di Picasso. Il concetto è lo stesso, persone senza tetto, ma l’idea è tutta diversa.
Una mostra, che ti sfugge, se non capisci i perché, se non hai una persona accanto che ti racconta delle bellezze e cosa guardare oltre i titoli e i colori (io di solito in una mostra guardo queste cose, perché per vedere il resto il mio orecchio è sordo, tanto per metterci in questa frase più sensi possibili).

Poi Pollock, che faceva parte di una specie di arte di copyright, solo lui poteva dipingere così – e perché proprio quadri così? Mah, perché lui veniva in contatto durante i suoi primi anni con i nativi americani e sapeva che i shamani, quando dovevano curare un malato, hanno preso della sabbia colorata, l’hanno buttata per terra, facendo dei disegni di sabbia – simili ai suoi futuri quadri – poi si drogavano, danzavano e quando pensavano di aver curata la malattia con abbastanza danza e droga, hanno raccolta la sabbia colorata in un sacchetto e lo hanno dato al malato, come memento di questa malattia.
Jackson Pollock uguale, si drogava, beveva, fumava, danzava attorno della tela messa per terra – ach, è il mio fratello in anima – e poi, quando ha fatto “la sua sabbia colorata”, l’ha tagliata, l’ha incorniciata ed ecco il prodotto, un nuovo Pollock. (Se i miei pattern fatte in trans valessero almeno la metà…)

Siamo al pop-art e all’arte americana moderna, che era nata per tirare un nuovo vento contro la vecchia Europa, che secondo gli artisti americani di allora, nel 20. secolo era solo capace di far scoppiare due guerre mondiali e riprodursi, senza rinnovarsi. Donald Duck che rappresenta l’arte, altroché madonne. La New York School.

Qui mi è nata la domanda alla mia guida:
Come mai, gli americani si sentono così uniti – ormai sapete, questo è il mio cavallo di battaglia negli ultimi giorni – e la sceinziata delle arti mi dice che non gli americani sono uniti, ma l’idea che rappresentano e che riescono a condividere tutti, ovvero: l’ugualianza di tutti. (poi per la cronaca e per le polemiche: ovviamente alcuni sono più uguali degli altri, ma…)

Questo ha veramente senso, se ci pensate. Arrivi qui come spagnolo, puerto ricano, tedesco, italiano, ungherese e cosa sei? Sei un’americano di cui batte il cuore per il….popolo? Quale? Tutto sono così fortemente legati alle loro origini, per assurdo non trovi un’americano che ti dica che lui/lei è americano/a. Ma trovi americani africani, americani nativi, americani hawaiiani, americani koreani, americani scozzesi e non se ne dimenticano di dirtelo in faccia. Loro sono americani più qualcosa.
Si vede per certo la differenza, uno è nero, l’altro bianco con capelli rossi, il terzo ha la pelle gialla, uno festeggia la Hanukkah, l’altro il St. Patrick’s Day etc.
Allora? Quale ugualianza?
Quella del cuore. Perché ognuno vuole la stessa cosa.
Vuole crescere, vuole lavorare e vuole sentirsi un uomo importante del paese a cui paga le tasse. Non – o non solo – perché è nato qui, o per qualche altro motivo storico – perché motivi tanto storici qui non ci sono neanche, ma perché fa parte di qualcosa che è nato naturalmente e cresce.
E questo non vuole dire che un’unità spezzata in 50 stati con 50 legislature ogni tanto tante diverse tra di loro non possa convivere.
Anzi, essere liberi è anche questo. È proprio questo. Che io sono – per forza – diversa da te, che tu sei diverso da tutti.
Ma – lasciatemi ricorrere a un detto ungherese ancora – nessuno sputa nelle mani di chi gli da da mangiare. Di chi li protegge e li chiede, cosa vuoi?
Io devo dire ancora, che li adoro.

E per chi non ci crede che siano così?
Venga a verificarlo, sarà per certo benvenuto!

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